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LA STORIA DI LOUIS BRAILLE.
Dott. Luigi Fusi - oculista
15/11/00
Milioni di ciechi sparsi nel mondo debbono la possibilità di apprendere le più
diverse discipline e la conseguente opportunità di crearsi una cultura al
sistema di scrittura Braille. Con esso, che sostituisce combinazioni di non più
di sei punti all'alfabeto comune in rilievo, meno percepibile al tatto, Louis
Braille introdusse un rinnovamento radicale e di importanza più che evidente,
nell'educazione dei privi della vista.
Louis Braille nasce a Coupvray nel 1809, presso il Dipartimento della Senna e
Marna, nella famiglia di un modesto sellaio.
Quartogenito, Louis è accolto con gioia. "Sarà il bastone della mia
vecchiaia", dice il padre appena glielo mostrano.
Il bimbo cresce gracile e comincia a camminare relativamente tardi. Lo stanzone
al pianterreno, con il focolare e il pentolone della minestra appeso al gancio
sotto il camino, non appagano più la sua curiosità. Ad appena tre anni il
piccino parte alla conquista del mondo, che resta l'umile casa in cui è nato.
"Louis, non toccare il deschetto da lavoro!". Vana raccomandazione!
Durante l'assenza dei genitori, il bimbo si impadronisce furtivamente degli
utensili da sellaio. Il cuoio emana un buon odore quando lo si taglia. Ma ecco
che a un tratto un pezzo di ferro appuntito o forse il trincetto stesso, usato
maldestramente, colpisce un occhio del bambino. Louis urla per il dolore. Ha il
volto inondato di sangue.
I genitori accorrono terrorizzati e si rendono ben presto conto della gravità
dell'incidente. Il bambino ormai è orbo da un occhio. Il rimedio che una donna
reca ai genitori del piccino risulta inutile. Subentra anche una congiuntivite.
Il male s'aggrava ancora: un'oftalmia purulenta colpisce pure l'altro occhio.
"Sento gli uccelli e non li vedo più: perché, mamma, mi tieni al
buio?".
Le due cornee sono distrutte. Louis è cieco, irrimediabilmente. Ora ha cinque
anni e non vive più che nel mondo dei suoni. E cresce, cresce gracile sempre,
nella miseria. "Che sarà di questo bimbo?", pensa papà Braille.
L'abate Palluy e il maestro, Becheret, hanno notato la vivace intelligenza del
fanciullo e si sono affezionati a lui. Il castellano del luogo, il marchese d'Orvilliers,
si interessa anch'egli a Louis, il quale viene affidato alla Regia Istituzione
dei Giovani Ciechi sorta a Parigi per interesse del benefattore Valentin Hauy.
Il bambino nel febbraio 1819 entra, beneficiario di una borsa di studio, nell'ex
seminario di Saint Firmin, divenuto collegio per ciechi. L'edificio è dei più
malsani, umidi e freddi della capitale. Ma che importa ciò a Louis quando vi
scopre la gioia dello studio? Grammatica, storia, matematica sono le materie che
più lo appassionano.
Il metodi di scrittura di Valentin Hauy era allora l'unico in vigore in quella
scuola. Quanti volumi erano necessari però per contenere il più modesto
manuale scolastico! Dopo aver fabbricato, all'inizio, delle lettere di legno,
Valentin Hauy aveva in seguito fissato su del cartone caratteri ordinari
stampati in rilievo che formavano, dunque, delle sporgenze rilevabili al tatto.
Facili a leggersi per i vedenti, erano invece difficili da distinguere per mezzo
dei polpastrelli delle dita; d'altra parte erano molto ingombranti e la loro
composizione richiedeva parecchio tempo. Malgrado questi inconvenienti,
l'invenzione apriva la via alla lettura mediante il tatto.
Nella scuola circolava la seguente storia sul primo allievo di Valentin Hauy:
interessato a sperimentare il suo metodo, il benefattore aveva tolto dalla
strada un giovane cieco che viveva e faceva vivere la sua famiglia di elemosina
dinanzi al portone di una chiesa . Hauy desiderava che il disgraziato ragazzo
traesse vantaggio della sua invenzione. Ma la cosa non piacque affatto ai
genitori del cieco, i quali convennero fra di loro che il mestiere di studente
non valeva quello di mendicante e il maestro dovette così sborsare al padre del
giovane quanto questi solitamente raggranellava ogni giorno elemosinando dinanzi
alla porta della chiesa. Altrimenti avrebbe perso il suo unico allievo.
Sia pur col più grande rispetto per il vecchio maestro, Louis ne critica i i
metodi superati e ben presto si accinge a tentare egli stesso di perfezionarli.
In attesa di giungere a una concreta realizzazione, egli continua ad assimilare
con avidità tutto ciò che gli viene insegnato. La musica lo attrae
particolarmente. Egli è in grado di apprenderla ad orecchio. Ma è un altro
errore da correggere, problema cui pure si dedicherà in avvenire. Infatti
riuscirà dopo qualche anno a scoprire un sistema di notazione musicale adatto
per i ciechi. Si occuperà innanzitutto del canto fermo, trascriverà in seguito
dei metodi facili e arriverà fino alle opere più complicate.
Louis impara a suonare il piano, il flauto, il fagotto e l'organo.
La disciplina è severa all'Istituto. Il disastroso bilancio del collegio esige
economie di personale e, mancando sorveglianti, sono le punizioni a mantenere la
disciplina fra gli allievi. La cella è un nonsenso per dei ciechi, perciò
quelli più turbolenti sono messi a pane e acqua e altre gravi punizioni vengono
loro inflitte con una certa facilità. In questo ambiente Louis intristisce
sempre di più. Ma un grande avvenimento si preannuncia e crea un'attesa
febbrile fra i ricoverati: nell'agosto del 1821 viene festosamente accolto
all'istituto in visita ufficiale, Valentin Hauy. Agli allievi che lo acclamano,
egli risponde: "E' Dio che ha fatto tutto questo per voi!" Egli non sa
che fra le mani dei fanciulli che egli stringe ci sono quelle di colui che gli
succederà negli studi e nelle ricerche di nuovi metodi per la scrittura per i
ciechi.
Un giorno, un capitano d'artiglieria, Charles Barbier de la Serre, chiede di
sottoporre all'esame dell'istituto un nuovo metodo. Il direttore, il dottor
Pignier, s'interessa appassionatamente ai suoi allievi e non intende trascurare
niente che possa migliorare la loro sorte. All'Accademia delle Scienze, Prony e
Lacepede hanno esaminato l'invenzione. "Questo procedimento – concludono
essi – rende possibile la comunicazione fra i sordi e fra i ciechi".
L'ingegnoso capitano aveva creato il suo sistema per l'esercito. Varie volte si
era trovato in difficoltà, la notte, nel leggere i messaggi che gli pervenivano
al fronte. Aveva pensato allora alla scrittura in rilievo. Segni convenzionali,
fatti di punti e di tratti rilevati, permettevano di prendere conoscenza coi
polpastrelli delle dita di ordini quali: "Marcia in avanti",
"Ritirata generale", ecc.
Arrivata la pace, Barbier pensa ai ciechi, ai quali la "scrittura
notturna" sarebbe utile. Essa permette senza preoccuparsi dell'ortografia,
di trascrivere qualsiasi frase con l'ausilio di una stecca scorrevole forata.
Attraverso questa sorta di graticola per cifrare, il cieco può forare con un
punteruolo una grossa carta, formando così dei punti rilevati, che, disposti
l'uno accanto all'altro secondo un sistema convenzionale, costituiscono delle
parole.
Il sistema è rivoluzionario. All'Istituto ci si entusiasma e il dottor Pignier
decide di adottarlo "come metodo accessorio di insegnamento".
Niente ortografia, abbiamo detto, né punteggiatura, né cifre, né segni
musicali. Louis Braille sottolinea queste lacune e cerca di porvi rimedio,
semplificando il procedimento. Pignier invita Barbier a venire a esaminare le
modifiche apportate all'invenzione dal suo allievo.
Nell'ufficio del direttore, il ragazzo quindicenne affronta il veterano di
guerra cinquantenne e gli espone chiaramente le sue idee. Barbier non si lascia
convincere da quell'adolescente biondo e fragile, il quale, del resto, non
insiste.
Più tardi, l'uno e l'altro riconosceranno i rispettivi meriti: "è al
procedimento di Barbier che noi dobbiamo la prima idea del nostro metodo",
scriverà Braille.
Quanto a Barbier, dopo aver ricevuto un premio dall'Istituto per la sua
"scrittura notturna", rende omaggio al suo concorrente imberbe: "è
Louis Braille, allievo dell'Istituto dei Giovani Ciechi, che per primo ha avuto
la felice idea di ridurre a una stecca rigata con tre linee lo strumento per la
scrittura punteggiata. I caratteri così formati occupano meno spazio e sono più
facili a leggersi. Considerato questo duplice risultato è da sottolineare che
Braille ha reso ai ciechi un servizio essenziale".
Pur dedicandosi allo studio delle materie insegnate nella scuola, Louis dedica
tutto il suo tempo libero a questa scrittura per ciechi, che diventerà lo scopo
della sua vita.
Nel miglioramento del suo metodo, Braille fa enormi progressi e Pignier ne è
entusiasta, tanto che decide di adottare il sistema del suo allievo nella
scuola, sia pur in forma ufficiosa. Infatti, il metodo Valentin Hauy, quantunque
superato è considerato obbligatorio e bisogna continuare ad insegnarlo.
Louis ha inventato 63 combinazioni che rappresentano lettere dell'alfabeto,
accenti, cifre, segni matematici e d'interpunzione.
Egli aveva ottenuto questo risultato riducendo l'invenzione di Barbier a due
file di punti forati in senso verticale, completati da tratti orizzontali, che
in seguito avrebbe soppresso.
Le 63 combinazioni erano ottenute variando il numero e le posizioni di questi
punti e di questi tratti.
Grazie a questo perfezionamento, per i ciechi l'orizzonte si schiarisce. Essi
possono prendere delle annotazioni, trascrivere dei libri sotto dettatura dei
vedenti, corrispondere tra di loro. È un mondo nuovo che si apre.
All'Istituto i meriti di Braille vengono riconosciuti da tutti. A vent'anni egli
è nominato istitutore. I vantaggi però che gliene derivano sono minimi: una
camera separata, ove può raccogliersi e lavorare, e le palmette d'oro e di seta
sull'uniforme nera abituale. A parte ciò, il regime non è mutato: le visite e
le uscite sono controllate, le lettere vengono lette, le punizioni rimangono in
vigore.
Pignier vuole distrarre il suo allievo e lo invita a casa sua. Lo conduce a una
serie di serate. Ma quel parlottare mondano attorno ad un buffet lo annoia! Gli
si chiede di mettersi al piano: è il solo bel momento. Con Beethoven, Mozart,
Haydn, si trova a suo agio. Ma egli preferisce ancora la sua cameretta, ove
prosegue le sue ricerche su un sistema di notazione musicale e i suoi studi su
un trattato di aritmetica.
La sua nomina a organista di Notre Dame des Champs lo entusiasma, ma uno
scrupolo nondimeno lo tormenta: assistere alla messa suonando l'organo non è
per quel mistico una partecipazione sufficiente e perciò egli si sforza di
dominare la sua tecnica fino al punto di dimenticarla e di poter quindi seguire
l'ufficio divino con tutta la sua attenzione.
Egli ama il suo lavoro d'insegnante, quantunque la sua stanchezza vada
aumentando sempre più. Vuole ignorarla, ma un giorno un'emorragia gli rivela
quanto tenue sia ormai il filo che lo tiene legato alla vita. Gli vengono
affidate le classi inferiori, meno faticose delle superiori, gli viene
prescritta la superalimentazione. Ma non sono, questi, che degli inutili
palliativi a un male che non perdona.
La sua gaiezza, comunque, non viene intaccata, anche se egli si sente
condannato. Nuove ricerche lo appassionano. Inventa una macchina che permette ai
ciechi di scrivere esclusivamente per i vedenti, senza che costoro si addestrino
preventivamente a questo tipo di lettura. È il "rafigrafo".
Invenzione troppo complicata per essere largamente sfruttata. In seguito, la
macchina per scrivere getterà un ponte fra i ciechi e i vedenti, ma è un ponte
a senso unico.
Per una serie di intrighi, Pignier è sostituito alla direzione da Dufau, un
personaggio pomposo e gretto, che vuole ignorare Braille e le sue scoperte. Ma
gli allievi apprendono di nascosto il metodo di Louis. E fioccano così
punizioni per i "colpevoli".
Sono anni penosi, questi, che terminano soltanto quando a Dufau si aggiunge un
vicedirettore comprensivo che, con la sua influenza, pone rimedio a
quell'andazzo.
Per i vedenti, la scrittura di Valentin Hauy è leggibile a vista, senza che vi
sia per essi la necessità di apprendere alcunché, mentre per i ciechi essa è
difficile a decifrarsi al tatto.
Questa differenza di punti di vista spiega i malintesi e il tempo impiegato a
far prevalere ufficialmente il metodo Braille.
Intanto, il collegio ottiene una nuova sede, al 56 di boulevard des Invalides,
ove si trova tuttora. Il nuovo istituto viene inaugurato con solennità il 22
febbraio 1844. Davanti a un pubblico entusiasta vengono svolte delle prove di
lettura e di scrittura secondo il metodo a punti rilevati di Braille.
Le favorevoli condizioni igieniche di nuovi ambienti non potrebbero però
guarire un tubercoloso con il male in fase avanzata! Dal 1835 le sue condizioni
non sono state altro che un alternarsi di recessioni e di crisi.
Ormai la morte per Braille è vicina. Egli lo sa e accetta questa realtà con
serenità cristiana, non però senza rincrescimento per la vita che sta per
lasciare. A un amico che gli fa visita dopo che egli ha ricevuto i sacramenti
confida: "Dio si è degnato di far brillare nei miei occhi lo splendore
delle eterne speranze. Dopo tutto ciò, sembra che niente debba più tenermi
avvinto a questa terra. Ebbene, io chiedevo a Dio di togliermi da questo mondo,
ma sento che non glielo chiedevo con sufficiente forza".
Quindici giorni dopo, Louis Braille si spegne, pianto da tutti. Parte come ha
vissuto, senza clamori. Nessun giornalista parla di lui. Chi potrebbe
interessarsi a quel povero cieco? La candidatura alla presidenza di Alfred de
Musset è un tema più avvincente per un articolo.
Ora, l'universalità del metodo Braille è riconosciuta. L'Unesco, dal 1949,
organizza la sua diffusione nel mondo intero. Per non citare che una sola cifra,
esso è esteso a ben 800 fra lingue ufficiali e dialetti.
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